Un drink (racconto)

 

E’ successo molto tempo fa. I fuochi d’artificio dovevano fare ancora la loro comparsa. Per evitarli, ci eravamo rinchiusi nel primo pub che avevamo incontrato. Non c’era molto da fare. Eravamo giovani, a quel tempo.
«Che prendi?»
Jack Daniels, risposi, e me ne andai subito in cerca di un tavolo. Era un giorno di festa e il locale era pieno. Alla fine trovai un tavolino lontano da tutti, e accanto solo un tizio che stava ciucciando con calma dal suo bicchiere. Mi sedetti, facendo finta di aspettare gli altri. Da fuori arrivavano i rumori dei giochi, della notte, del mare. Era un buon posto, quel pub. Peccato che prima o poi avrebbe chiuso. Cose a cui si preferiva non pensare –non prima di un paio di giri.
«Che bevi?» mi chiese il tizio, dopo un po’. Avevo il mio bicchiere. Gli altri dovevano ancora arrivare.
«Qualcosa di buono».
«Bene» disse lui.
Non parlammo per un pezzo. Mi accesi una sigaretta, mentre buttavo giù la bumba. Come detto, non c’era molto altro da fare. Il caldo era sopportabile, lì dentro. Non si poteva dire lo stesso del rumore.
«Io bevo la Felicità» disse il tizio.
«Come?»
«Io bevo la Felicità» ripetè quello.
«Ah. Mi era parso»
«Non sono pazzo. È il nome del cocktail.»
«Ah sì?» dissi.
«Sì»
«E cosa c’è dentro?»
«Vodka, limone, e altre cose che non so»
«Se le sapessi, che felicità sarebbe?»
«Come?»
«Io sono Marco» dissi.
«Io Milo»
«Buona Felicità, Milo»
«Alla tua»
Restammo a bere ancora un po’, in silenzio. In sottofondo, ancora il casino di fuori. I miei amici non si vedevano. Che avessero cambiato idea, all’ultimo?
Non era cosa che mi interessava. Mi accesi una sigaretta e ordinai un altro giro.
«L’altro giorno mi sono fatto un Amore» disse Milo.
«Davvero? Sei il primo che ci riesce, tra quelli che conosco»
«Non era male»
Sorseggiò ancora dal suo bicchiere. La mia bumba arrivò.
«Mi sa che ci hanno messo rum e altra roba»
«Mi sa che non lo sanno nemmeno loro, che cosa ci hanno messo»
«Ma era buona»
«Non stento a crederlo, Milo»
Milo guardava fisso davanti a sé. Era grasso, calvo, e notevolmente sbronzo. Da quella parte però il locale era un po’ buio. Non si poteva mai dire. Sembrava pazzo, ma anche questo voleva dire poco. Fuori c’erano giostre e gente che urlava e musica a tutto volume e cose che finivano. Erano quelli i normali?
«E Dio?» gli dissi.
«Cos’è? Un cocktail?»
«Sì»
«Cosa c’è dentro?» chiese Milo.
«Tequila e assenza»
«Sembra buono»
«Solo all’inizio» risposi.
«Cioè?»
«Il gusto che lascia in bocca è amarissimo»
Non dicemmo altro per un po’. Ne ordinai un altro.
«Basterebbe un Serenità, forse» disse Milo.
«Che roba è?»
«Curacao, champagne…»
«Fermati. Già così non mi piace»
«Neanche a me, sai? Ma mi hanno detto che è buono»
«Non credere a tutto quello che ti dicono, Milo»
«Neanche a questo?»
«Neanche a questo.»
«Forse un Serenità ci farebbe bene»
«Forse. Chi lo sa»
Non dicemmo niente. Da fuori ancora la gente che camminava, la gente che urlava, la gente che comprava. I bambini che piangevano, la ressa, i dolci, la puzza di fritto. Il mare. Ragazzi e ragazze. Il sottile rumore di stelle barcollanti e cadenti.
I miei amici non sarebbero più venuti, lo sapevo. Sentii qualcuno vomitare, fuori dalla porta del pub. I singulti erano ritmici, quasi melodiosi. Sincronizzati col cielo e le onde.
«Cosa mi consigli, allora?» dissi alla fine.
«Dipende cosa ti piace» disse Milo.
Era al buio. Non potevo vederlo. Ordinai un whisky.
Milo si fermò. Ne aveva avuto abbastanza. Forse era già troppo felice. Non si poteva mai sapere. Gli offrii una sigaretta, ma rifiutò.
«Non ho mai provato Amore, a essere sinceri» mi disse, senza che gliel’avessi chiesto.
«Non importa»
«Importa a me»
«E’ quello il guaio»
Mi alzai e andai in bagno, con lo stato d’animo di chi ha lasciato perdere tutto. Quando bussavano per sapere se era occupato, non rispondevo. Anche quello era troppo. Facevo solo quel che dovevo fare. Tornai al tavolo. Milo sembrava essere da un’altra parte. Chiesi un altro bicchiere, lo bevvi, fumai una sigaretta. I rumori fuori non accennavano a diminuire. Allora chiesi il conto, pagai, pisciai ancora e andai via.

 

Marco Zangari © 2005
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