In marcia (racconto)

 

Il cielo era sempre di un grigio malato, irreale, tanto da sembrare una cupola, o una di quelle bocce con dentro case disegnate e neve finta.
Invece delle case disegnate, la colonna si muoveva in un panorama spoglio, brullo. Pochi alberi si frapponevano tra il gruppo che avanzava e l’orizzonte, che andava a perdersi dove l’occhio non poteva arrivare. L’aria stessa sembrava in attesa, come se dovesse piovere da un secondo all’altro ma poi non pioveva mai –e di quella pioggia tutti, per qualche motivo, sembravano aver bisogno.
Bill Myer si muoveva in un punto qualunque di quella colonna, circondato da altre persone. Molti tenevano lo sguardo basso, senza parlare. Non si poteva vedere la fine di quella colonna, nè in un senso nè nell’altro. Per quanto affollata fosse, la gente stava a debita distanza l’uno dall’altra, senza sfiorarsi mai, mantenendo un passo costante che col tempo diventava quasi ipnotico.
Bill si sentiva confuso. Non sapeva da quanto si trovava in marcia. Vedeva le teste chine intorno a lui, tutte dirette verso una meta che ignorava, e gli sembrava di essere stato scaraventato lì all’improvviso, mentre era impegnato in qualcos’altro. Allo stesso tempo, per quanto dalle cause ignote, quella marcia gli sembrava l’unica attività possibile. Se gli avessero detto che aveva trascorso tutta la sua vita in marcia, Bill Myer avrebbe finito per crederci.
Accanto a lui camminava un uomo tra i cinquanta e i sessanta. Aveva uno sguardo pensieroso, come perso altrove mentre continuava a marciare senza fermarsi. Indossava quella che ad una prima occhiata sembrava un uniforme –non era così anche per gli altri?- ma guardando da vicino, risultavano essere comunissimi vestiti da tutti i giorni. Nel caso dell’Uomo Pensieroso, era un vestito comodo e un po’ datato, con cravatta a tinta unita. Anche l’Uomo, come Bill, aveva scarpe inadeguate per quelle strade fangose e dissestate, eppure nessuno rallentava mai il passo.
Bill pensò di chiedere qualcosa all’Uomo, ma si trattenne. Intorno c’era troppo silenzio. Si sentivano solo i passi di migliaia di uomini e donne che marciavano. Solo di rado qualcuno parlava, ed erano sussurri che si perdevano nell’aria rarefatta. E poi, chiedere cosa? La prima cosa che veniva in mente a Bill era chiedere chi avesse vinto la guerra (che guerra?). Non sapeva nemmeno lui il perchè, ma gli sembrava l’unica domanda plausibile, e anche la più stupida. Il fatto che quella colonna infinita si stesse allontanando da luoghi lontanissimi, dai quali si alzavano dense nuvole nere, faceva già indovinare la risposta. A Bill vennero in mente quei documentari dove si vedeva la popolazione che abbandonava le città dopo che queste erano state sconfitte e conquistate. Di solito in quei documentari (quando li aveva visti?) la gente portava con sè tutto quello che poteva. Qui, invece, le persone non avevano niente se non i vestiti che indossavano.
Bill guardò ancora le persone intorno a sè: per la maggior parte sembravano molto anziani (alcuni, a dire il vero, non apparivano in grado di continuare quella marcia ancora a lungo; eppure non rallentavano mai il passo). Guardando meglio, però, Bill distinse persone di tutte le età e razze. C’erano molti giovani, persino dei bambini. Quelli troppo piccoli venivano portati in braccio dagli adulti –non era chiaro se fossero loro parenti o meno.
Non sapendo cosa fare, Bill continuò a marciare in silenzio insieme agli altri. Spirali dense di fumo si alzavano lontane all’orizzonte. Ogni tanto sembrava di scorgere qualche aereo nel cielo, ma gli sfollati non alzavano neanche la testa. Bill pensò che avrebbe dovuto avere fame o sete, o anche solo essere stanco per tutto quel camminare. Non provava niente di tutto questo. Fu allora che si decise a parlare con l’Uomo Pensieroso.
“Salve” disse semplicemente.
L’Uomo si girò lentamente –senza mai perdere il passo- e fissò Bill, il quale notò che quegli occhi avevano assunta un tinta incolore come quella del cielo e della cravatta. Senza particolari intonazione, l’Uomo disse con lentezza: “Salve”.
“Mi chiamo Bill. Piacere” e allungò una mano.
“Albert” disse l’uomo, senza badare alla mano di Bill. Dopo quello che sembrò uno sforzo immane, l’uomo tornò a guardare fisso davanti a sè.
Bill restò un po’ confuso, non sapendo se continuare la conversazione oppure no.
“Lascialo perdere, ragazzo” disse una voce all’improvviso. Bill si girò di scatto e vide un uomo di poco più grande di lui –metà 40- vestito con una giacchetta semplice sopra una camicia. “Non ti risponderà”
“E come mai?” chiese Bill.
“Perchè sta pensando. Se si distrae, deve ricominciare tutto da capo. Comunque, io mi chiamo Henry”
“Piacere, io sono Bill”
“Ciao Bill. Non è che hai da fumare?”
Bill ci pensò un attimo –ma io fumo?– e si tastò la giacca per un pezzo prima di scuotere la testa.
“Non preoccuparti, ragazzo, è uno scherzo. Qui nessuno fuma” disse Henry.
“É vero, non ci avevo fatto caso. Sai il perchè?”
“La gente qui non fuma per lo stesso motivo per cui non ride, non si bacia, non si getta in una rissa e tutto il resto. Qui si pensa e basta”
“Pensare?” chiese Bill. “A cosa?”
“Non mi dire che sei nuovo” fece Henry, con un sorrisetto serio in volto.
“Non so nemmeno cosa voglia dire”
“Vuol dire che fai parte di questa colonna di sfollati da poco tempo. E questo può voler dire solo una cosa”
“Cosa?” chiese Bill. Henry però non rispose. Guardò per un attimo dritto davanti a sè, poi passò in rassegna le colonne di fumo sulla destra, come se la risposta stesse lì e Bill non la vedesse.
“Qual è il tuo ultimo ricordo?” chiese alla fine Henry.
“Non ricordo altro che questa marcia” rispose Bill. “Sento che ci dev’essere dell’altro, ma non ho idea di cosa sia”
Henry lo ascoltò, annuendo piano. “Proprio come pensavo: sei qui da poco”
“Ma cos’è qui?”
“Non è tanto sul qui che devi concentrarti, ma sul quando: questo è il dopo”
“Non capisco. Dopo cosa?”
“Dopo qualunque cosa tu fossi prima, ragazzo” disse Henry, col suo viso sarcastico e serio. Camminava, uno dei pochi, con la testa un po’ più alta. Bill restò un po’ in silenzio, cercando di digerire quello che gli aveva appena detto Henry. Pura follia, ovviamente, ma allora perchè non era stanco? Perchè tutti camminavano verso qualcosa che sconosceva completamente?
“Vuoi dire che siamo morti?” disse alla fine Bill, con uno scetticismo che era più di facciata che reale.
“Ehi, impari in fretta, ragazzo”
“Questo, quindi, sarebbe l’aldilà?” fece Bill, scettico.
“Spero che tu non sia uno di quelli super religiosi” disse Henry. “Di solito quelli ci restano molto male, quando si rendono conto di dove si trovano”
“No” disse Bill, “Non proprio”.
“Meglio così. L’ho sempre detto io: meno aspettative si hanno, più difficile è restare delusi”
“Eppure… non riesco a ricordare niente” disse Bill. Era completamente frastornato. Albert, intanto, era tornato ad immergersi nei suoi pensieri.
“É normale, ragazzo. Sei arrivato da poco. Ti ci vuole tempo”
Arrivare… adesso Bill capiva qual’era il sottinteso a quella parola. Era morto, quindi –in qualche modo che non ricordava, dopo una vita che non riusciva nemmeno a immaginare. Si guardò intorno. Quelle migliaia di persone che marciavano a passo uguale, erano dunque tutti defunti? Albert, Henry… e i ragazzi, i bambini, perfino i neonati…
“Tu come le sai queste cose?” chiese Bill sospettoso. In cuor suo sperava ancora che Henry fosse solo un imbroglione.
“Sono arrivato qui già da un pezzo. Non ti saprei dire da quanto perchè il tempo qui è decisamente relativo, ma ho fatto già un bel pezzo di strada”
“Chi te le ha dette queste cose?”
“Quando sono arrivato ero come te, non ricordavo nulla. Chiedendo in giro, ho messo insieme dei pezzi.”
“Come fai a fidarti solo di quello che hai sentito dire?” disse Bill, la voce incrinata da una punta di disperazione.
“Infatti non mi fidavo, come tu non ti fidi adesso. L’ho capito da solo, quello che ti sto dicendo. In fondo siamo qui per questo: per ricordare e, quando ci riusciamo, per capire.”

Bill lasciò che l’ultima frase di Henry fluttuasse un po’ tra loro, in quell’aria ferma, così densa che avresti potuto infilarci un braccio dentro, e poi trovarne il cuore a tentoni. Mettiamo che le cose stanno come dice lui, pensò Bill: siamo tutti morti e ora siamo in marcia. Ma dove andiamo di preciso? E perchè non riesco a ricordare?
A cosa è servito vivere, se non riesco a ricordarlo?
La colonna passò accanto a delle abitazioni distrutte. Doveva essere stato un bombardamento. Solo uno dei quattro muri restava ancora in piedi, anche se parzialmente sgretolato. Le travi del tetto sporgevano dal cumulo di detriti come ossa da un cadavere ormai putrefatto. Chiunque ci avesse abitato, adesso faceva parte della marcia anche lui. Il silenzio, quando si passava vicino alle rovine, sembrava farsi più denso, e la pioggia più probabile. Le nuvole però serbavano ancora il loro segreto di pioggia e la colonna proseguiva, con un senso di squallore e abbandono che li accompagnava ancora per qualche passo.
Nè Albert nè Henry parlarono più. Alla fine fu Bill a parlare.
«Dove stiamo andando, Henry?»
«Ragazzo, sapevo che me l’avresti chiesto. Anzi, speravo me lo chiedessi subito»
«Perchè?»
«Perchè così avrei potuto dirti, sin dal principio, che non ne ho idea.»
«Non lo sai?» disse Bill, un po’ deluso.
«No, ma non credo nemmeno sia molto importante. Te l’ho già detto: qui si marcia e si pensa, punto»
«Allora a cosa si pensa, Henry?»
«Cerchiamo tutti di ricordare la guerra che ci siamo lasciati indietro, ragazzo. Se possibile, cerchiamo di capire anche come abbiamo potuto perderla»
«E una volta che lo capiamo?» chiese Bill.
«Mi sa che non ci saranno effetti speciali, se è questo che stai chiedendo. Qui nessuno ascende, o sale di livello, o riceve la chiamata, o stronzate del genere. Qui si marcia e basta»
Bill non disse più niente. Non voleva disturbare troppo Henry –anche se cordiale, restava sempre un po’ distaccato- e in più voleva provare a ricordare. Per parecchio tempo si limitò a marciare e fissare le nuche delle persone davanti –una donna dai capelli lunghi e completamente bianchi e un cinquantenne corpulento- senza ricordare granchè. Dal momento che il tempo era ormai un concetto messo da parte, aveva dei flash che non sapeva a che intervalli si distanziassero l’uno dall’altro. Vedeva un appartamento –semplice, stanza da letto e salotto, quasi uno studio. Vedeva una macchina, e da questa macchina cercava di guardarsi intorno, ma era come se stesse guidando in mezzo alla colonna, perchè il panorama restava sempre lo stesso.
La colonna passò accanto ad una serie di palazzi sventrati, che per un po’ interruppero la monotonia dello sfondo nudo. Bill li guardò con attenzione mentre passava –una distrazione fa la differenza, in un contesto così spoglio- finchè notò un appartamento che gli era familiare. Se ne poteva addirittura vedere l’interno, dal momento che un’esplosione aveva squarciato la parete di fronte, mostrandola come se fosse una casa delle bambole. Gli appartamenti erano vuoti e immersi nella penombra di quel cielo nuvoloso, eppure Bill riconobbe lo stesso quella casa. D’improvviso seppe PER CERTO di esserci già stato, e seppe anche che era molto diverso da quello che aveva visto prima nei suoi flashback. Com’era possibile? Fece uno sforzo incredibile, sempre senza perdere di vista il palazzo sventrato. Il flashback sul primo appartamento tornò, e Bill stavolta riuscì a tenerlo stretto per un tempo sufficiente a farci un giro. Anche qui le stanze erano buie, e Bill provava un senso di deja-vù misto a stupore. Camminò piano per le stanze, cercando di immagazzinare più dati possibili per confrontarli con quelli di questo appartamento quando, passando davanti al bagno, si vide per un attimo riflesso allo specchio, e restò come pietrificato.
Tornò alla marcia. Continuò a camminare senza mai perdere un passo, mentre il suo volto era in preda ad un turbamento mai provato. Il Bill che aveva visto nello specchio, in quella casa, era molto più vecchio di quanto lo era lui adesso. Attraverso lo shock aveva riconosciuto le rughe, aveva visto la calvizie. Adesso aveva tutti i capelli, le rughe c’erano già, ma non così numerose. L’uomo nello specchio doveva essere sui sessanta, lui se ne sentiva 30 di meno. Com’era possibile? E se quella era la sua casa, perchè l’appartamento che aveva visto in quel palazzo gli era sembrato familiare?
Stava per chiedere qualcosa ad Henry, quando si fermò di colpo. La colonna stava infatti passando accanto all’ennesimo locale diroccato –e questo Bill lo riconosceva benissimo. Si chiamava “Endless” ed era il pub che aveva frequentato per anni nella sua città –Wilmington, sì, era Wilmington in California. Lo ricordava bene, i tavoli di legno marcio imbevuti di birra, il pessimo servizio, Joe dietro il bancone con un proverbio diverso ogni sera, la musica jazz diffusa dagli altoparlanti scassati. Era lì che, per qualche oscuro motivo, aveva passato ore e ore insieme ai suoi amici –riusciva adesso a ricordarne un paio, a vedere i loro volti emergere dal buio- e poi era sempre lì che…
Fu a quel punto che i suoi ricordi furono risucchiati nel nero. Tornò alla marcia, come se fosse ancora l’unica realtà possibile, e quello che aveva pensato fosse solo frutto di sogni o leggere visioni.

Non successe niente per un pezzo. La colonna passò accanto ad altre rovine, prive di ogni significato per Bill. Stava quasi per dimenticare quel che aveva visto e (forse) ricordato. Si decise allora a parlare di nuovo con Henry.
«So che te l’ho già chiesto, Henry, ma… cosa dobbiamo ricordare?»
«Perchè me lo chiedi, ragazzo?» fece Henry, guardando dritto davanti a sè e per niente stupito.
«Perchè… mi vengono in mente cose strane, incoerenti, che non sono nemmeno sicuro che mi appartengano»
«Tutto quello che ricordi qui è vero, ragazzo»
«E allora com’è possibile che ricordo me più vecchio di quel che sono adesso?»
Henry non rispose subito. Si portò le mani alla bocca, sfiorando le labbra con le dita. Doveva essere un gesto automatico, che gli ricordava il fumare. Dopo una pausa Henry riprese, con la sua voce ironica e triste.
«É possibile, ragazzo. Io stesso, quando sono arrivato qui, ero più vecchio di quel che vedi»
«Com’è possibile?» chiese Bill.
«Significa che la forma nel quale vedi la gente qui –che poi è solo un contenitore, nient’altro- non corrisponde a quella nella quale… se ne sono andati»
«Non capisco»
«Vedi» disse Henry, «qui ci stiamo allontanando da una guerra. Non sappiamo dove stiamo andando, ma almeno sappiamo da dove veniamo. Tutta la gente qui, ha perso quella guerra. Ognuno l’ha persa in momenti diversi della sua vita. La forma che vedi qui, la stessa che tu hai, corrisponde a quella che si aveva quando la guerra è stata persa»
«Quindi… io sono morto ad un’età più avanzata di quella che mostro adesso?»
«Bravo ragazzo, hai vinto un lecca lecca»
«Se quello che dici è vero» continuò Bill, «questa è la forma… l’età che avevo quando ho “perso la mia guerra”, giusto?»
«Non fa una piega»
Bill guardò davanti a sè, pensieroso, quella moltitudine di teste.
«Se così fosse… cosa c’entrano allora quei neonati?»
«Si vede che hanno perso la loro guerra ancor prima di poterci fare qualcosa» disse Henry, secco.
«E magari sono morti a 90 anni»
«Certo, chi lo sa» disse Henry.
«E i bambini?» chiese Bill.
«Cos’è, ti devo fare un disegnino?»
Bill camminò per un po’ senza dire niente.
«Ho visto una casa, prima» disse ad un tratto, «dove credo di aver vissuto. Subito dopo ho visto un locale dove andavo spesso quando ero… di là. Che significato ha?»
«Te l’ho detto, qui c’è stata una guerra. E ogni guerra produce le sue rovine. Noi ci muoviamo attraverso esse, e questo ci serve anche per il nostro compito»
«Ricordare quando abbiamo perso la nostra guerra?»
«Esatto» disse Henry.
«Ma che senso ha? Qui non dovremmo lasciarci tutto alle spalle, finalmente, e andare oltre (qualunque cosa sia questo oltre)?»
«E come fai a mettertelo alle spalle, se non sai nemmeno cos’è?»
La conversazione si fermò ancora, mentre la colonna avanzava in quel nulla fatto di case diroccate e macerie. Ogni tanto qualche piccolo incendio illuminava brevemente le facce delle anime in colonna. Bill stava cercando di mettere i pezzi insieme, ma, per quanto si fidasse di Henry e sapesse che non stava mentendo, non riusciva comunque a credergli. Tutto quello, in fondo, poteva solo essere un brutto sogno, di quelli così lunghi da inquietare al risveglio, ma niente di più.
Per un po’ fissò Albert. Non aveva più parlato da quando si era faticosamente presentato. Bill si chiese per un po’ a che età se ne fosse andato. Magari aveva vissuto più a lungo, ma non si poteva dire. Si chiese allora quale doveva essere stata la guerra di Albert. Non sembrava uno di quelli che va in guerra. Anzi, non sembrava uno di quelli che va da nessuna parte. Anonimi fino in fondo, di quelli che non gli attribuiresti nè grandi gioie nè grossi dolori. Eppure, stando a quanto diceva Henry, qualche dolore doveva esserci stato, se ora Albert era lì e pensava ancora a come aveva perso la sua guerra.
Intanto, la stessa foschia perenne del panorama si era addensata sui ricordi di Bill. Niente, non riusciva a cavarne niente. L’”Endless”, il vecchio appartamento, il nuovo, e poi?
Poi lei. Laura. Fu un flash, ma quasi lo fece fermare dalla sua marcia instancabile. Anzi, per poco non lo fece ruzzolare per terra, in mezzo al fango e alle scarpe incrostate dei suoi compagni di fuga. Laura. Come aveva fatto a dimenticarla?
Non ricordò Laura nella sua interezza, non ricordò la voce nè il suo modo di ridere. La vide solo di profilo, lì all’Endless, in un venerdì qualsiasi che non sarebbe stato mai più un venerdì qualsiasi, e capì che era Laura. Non avrebbe saputo nemmeno descrivere cosa voleva dire quel nome, cosa c’era dietro.
Sapeva che era Laura, e sapeva tutto.

Si sentì vacillare. Ebbe voglia, per un attimo, di toccare Henry o Albert, di scuoterli, di aggrapparsi a loro per non cadere. Continuò invece a camminare sotto quel cielo uguale e tetro, e continuò a mettere insieme i pezzi.
Laura l’aveva incontrata all’Endless quando aveva 25 anni e lei qualcuno in meno. La sera stessa si erano ritrovati a baciarsi nel retro del locale, appoggiati alla macchina di lui, ubriachi e felici. Una settimana dopo avevano fatto l’amore a casa di lei. Ricordava le lenzuola blu che pendevano verso il pavimento, e il fatto che erano rimasti a lungo abbracciati, la pelle sulla superficie del materasso, un sorriso che restava nel buio. Ricordava quando, la mattina dopo, nella totale oscurità della stanza (a lei piaceva così), prendeva la sveglia e la usava per illuminare il posto vicino a lui, e ogni volta che la trovava lì, si stupiva come non si aspettasse quel miracolo fuori tempo. Gli occhi marroni di Laura sorridevano, e quando lo facevano, il mondo che Bill aveva conosciuto fino a quel momento scompariva, e ne appariva uno nuovo dotato di una bellezza che mai aveva sospettato.
Andarono a vivere insieme quasi subito. Laura si trasferì da Bill, in un appartamento piccolo ma accogliente su Laurel Canyon. Non riuscivano a togliersi le mani di dosso. Non appena Bill tornava dal suo turno in magazzino, Laura gli saltava addosso. Bill non opponeva nessuna resistenza.
Fecero viaggi, discussero progetti, poi un pomeriggio di settembre, sulla spiaggia ormai svuotata, Bill chiese a Laura di sposarlo. Laura accettò, e quella sera fecero l’amore ridendo come dei bambini.
Per Bill era incredibile vedere come, una volta tornata alla mente Laura, tutto stava risalendo in superficie in maniera vorticosa. Per la prima volta si rese davvero conto che non era sempre stato a marciare in colonna, che c’era stato dell’altro prima. E questo prima stava arrivando di botto, come un treno che si schianta a tutta velocità sul cuore. Non sapeva che espressione stava facendo mentre ricordava, ma probabilmente non doveva essere molto diversa da quella di Albert e di tutti gli altri in marcia.
Sentiva che quel treno in petto avrebbe finito per squarciarglielo, per andare troppo veloce e troppo oltre senza fermarsi mai. Ma ormai era partito, e decise di fare la corsa fino in fondo.

Laura si iscrisse all’università mentre Bill cambiava diversi lavori. Appena se ne presentò l’occasione, decisero di trasferirsi in un nuovo appartamento, più vicino all’università di Laura. Avere un posto loro, nuovo, un nuovo inizio, li colmava di felicità. Avevano vissuto lì, litigando e facendo l’amore, sognando e ignorandosi, aprendosi e evitandosi, fino al giorno in cui Bill si era svegliato ed aveva trovato in cucina una lettera e, accanto, l’anello di fidanzamento che aveva regalato a Laura. Aveva 34 anni. La stessa età che dimostrava adesso.
Ci fu un nuovo black-out, ma stavolta era stato voluto. Bill non ce la faceva a continuare. Capì che era qualcosa che solitamente evitava, uno di quei terribili ricordi che chiudiamo in vecchi bauli in fondo alla nostra mente, con serrature che riescono però sempre ad aprirsi quando siamo soli, a letto, prima di addormentarci.
“Ci sei arrivato, eh?» fece Henry. Il suo tono sarcastico stavolta era diverso. Più… umano.
«Sì» disse Bill.
«Come ti senti?»
«Come uno a cui servirebbe quella sigaretta di cui parlavamo prima»
«Benvenuto nel club» sorrise Henry. «Allora, cos’è stato? Malattia, omicidio, catastrofe naturale…?»
«É stata una donna» sussurrò Bill.
«Non c’è niente di cui vergognarsi, ragazzo. Anche se uno non lo direbbe mai, sono in tantissimi a essere passati per quello in cui sei passato tu»
«Sì?»
«Credimi» disse Henry, «se togliessero dalla colonna tutti quelli che sono qui per una donna o un uomo, forse riusciresti a vedere la testa di questo dannato corteo»
Bill diede un’occhiata ad Albert. «Non è questo, ma… Non so. Rispetto ad altre cause… mi sembra futile, quasi banale. Immagino che qui c’è gente che ha davvero sofferto, che ha vissuto l’indigenza, la malattia, perfino la tortura e l’assassinio. Poi arrivo io con la mia storia d’amore finita male e mi metto a piagnucolare come un quindicenne»
«Per caso non hai sofferto, quando è successo? O vuoi negare che ti ha fatto stare male anche solo pensarci, poco fa?»
«Ho sofferto» disse Bill. «Ma… è stata davvero questa la mia guerra persa? Non c’è stato niente di più, come dire, serio nella mia vita? Una lotta spirituale, una carriera, una realizzazione personale, un male ostinato…»
«Forse non hai afferrato bene ancora, ragazzo. Qui nessuno si sceglie la propria guerra, d’accordo? Ognuno ha la sua. Che senso ha dividerle per grado di serietà, o di gravità? Quello che per un uomo è un graffio, per un altro è una ferita inguaribile e viceversa. Ti dirò di più: la maggior parte della gente che sta qui non ha certo avuto solo una guerra persa. Ce ne sono state tante altre, battaglie campali, sconfitte quotidiane, alcune magari anche serie, persino più di quelle per le quali sono qui adesso. Ma qui non conta niente il valore che gli danno gli altri, ma solo quello che gli attribuisce chi lo vive. Se sei stato schiacciato da un maremoto, o se per tutta la vita i tuoi ti hanno picchiato ma poi quello che ti faceva male, giorno dopo giorno, era il fatto che il tuo adorato cagnolino fosse stato investito quando avevi 10 anni, o che un bullo ti ha pestato un giorno particolare, o che la promozione che desideravi non è mai arrivata, allora quella è la tua guerra persa. La guerra che ha influenzato tutte le altre guerre della tua vita, amplificando le sconfitte e smorzando le vittorie.”
«Non l’avevo mai pensata in questi termini» disse Bill.
«Io invece ho sempre creduto, anche prima di questa marcia infinita, che il dolore che ognuno prova è esente da categorie o classificazioni. Quando stai male, stai male tu –e nessuna religione, nessuna filosofia potrà cancellare quel dolore. Spiegarlo, inserirlo in un contesto più grande, certamente –ma cancellarlo del tutto, come non fosse mai esistito, è impossibile.»
«Per questo ci sono così tanti bambini?»
«Esatto» disse Henry.
«Posso chiederti perchè sei qui, Henry? Qual è stata la tua guerra persa?»
«C’entra una donna anche nel mio caso. Mia moglie. Ho perso il giorno in cui ho perso la custodia di mia figlia. Non sono più riuscita a vederla, se non quando era ormai grande e non sapeva nemmeno chi fossi»
«Mi spiace»
«Anche a me. Non ho reagito molto bene a quel momento. Non vado molto fiero di tante cose che ho fatto dopo. Per fortuna il mio sarcasmo mi ha tenuto un po’ a galla anche nei momenti più bui»
«E adesso che succede?» chiese Bill.
«Adesso continuerai a ricordare. Ricorderai anche la tua vita dopo quella guerra, con le sue vittorie e le sue sconfitte. Vedrai le macerie della tua esistenza ai lati della strada, e questo ti aiuterà a ricordare»
«Non capisco qual è il senso di questo ricordare, però. Siamo già condannati a vagare in eterno, in fuga, sotto questo cielo grigio e tra le rovine. Perchè dobbiamo ricordare queste cose dolorose? E soprattutto, che senso ha farlo per l’eternità? Non sono colpe che dobbiamo espiare –almeno, non nel mio caso, e penso neanche nel tuo…»
«Magari Albert, qui, ha sgozzato tutta la famiglia» ammiccò Henry.
Bill guardò Albert, e per un secondo gli sembrò una cosa terribilmente plausibile.
«Capisci cosa intendo?» riprese.
«Sei tu che non capisci, ragazzo. Ragioni ancora pensando ad un paradiso e un inferno, con i buoni e i cattivi perfettamente divisi. Non so perchè, ma alla gente piace pensare per categorie assolute, anche quando non hanno nessuna evidenza che li possa portare a far parte di un estremo o dell’altro. Qui le persone sono sia buone che cattive, molto semplicemente, e questo perchè non esiste un termine di paragone, un libro sacro da seguire. Ognuno, esemplificando al massimo, risponde alla sua coscienza. E qui, in questa colonna, ci fa i conti in maniera brutale, continua, senza scuse nè nascondigli. Qualsiasi cosa ti sia raccontato prima per giustificarti, qui non vale più»
«D’accordo» disse Bill, «questo discorso si applica perfettamente a chi ha –scusa, a chi pensa di avere la coscienza sporca. Ma gli altri? Quelli che non hanno fatto niente?»
«Ragazzo, non esiste nessuno che non ha fatto niente. Stavi parlando prima della donna che ti ha inchiodato qui, giusto? Sei così sicuro che, a tua volta, non hai mandato qualche donna qui –che non sia stato TU la loro guerra persa? Il punto è che nessuno è colpevole, e sicuramente nessuno è innocente. Anche per questo ricordiamo tutto il tempo, soprattutto la nostra guerra: perchè quella è stata l’occasione, spesso, in cui il mondo ci ha ferito. Ricordando, però, possiamo arrivare a capire tutte le volte che siamo stati noi a ferire il mondo»
«E ricordarlo a cosa ci serve? A fustigarci per l’eternità?»
«No» disse Henry, «ad apprezzare. A capire che, da una parte, quella che abbiamo appena lasciata è stata una lunga, maledetta guerra, composta da tante battaglie più o meno traumatiche; dall’altra, ad assaporare ogni momento buono che abbiamo vissuto, a perdonare ed accettare. Non sei qui solo per pensare alla tua donna e a come tutto è andato storto da allora; sei qui per capire che anche tu hai potuto fare cose simili, che sei stato artefice di male e bene, e questo può portare vittime e carnefici a riunirsi. E poi, ricordando, vedrai che magari hai avuto giorni buoni anche DOPO quello che ti è successo, e questo perchè tutto dipende, di nuovo, dalle nostre interpretazioni, dai nostri nascondigli. Smetterai di vederti soltanto vittima di quelle guerre, e imparerai a guardare alla tua vita da lontano, nell’insieme. Questo non vuol dire che la troverai perfetta o piena di gioia; una guerra è pur sempre una guerra.
Ma ti libererà da tante altre cose, io credo. Soprattutto, dall’abitudine a stare sempre col fucile puntato, pronto a prendertela con ogni nemico. La guerra è finita, ragazzo. Non importa più chi ha vinto e chi ha perso. Torniamo tutti a casa»
Bill rimase in silenzio ad ascoltare. Anche Albert stava ascoltando, nonostante non ne desse alcun segno esterno. Solo una lacrima, quasi invisibile, gli scese dall’occhio sinistro, e lui non la asciugò. Un bambino di pochi mesi, qualche metro più avanti, scoppiò in un pianto dirotto. Bill finì di parlare con Henry e tornò ai suoi ricordi. La prima cosa che materializzò fu la lettera di Laura. Si sedette a quel tavolo lontano e ricominciò a leggerla, proprio mentre le prime gocce stavano cominciando a cadere sulla colonna di sfollati, in marcia verso il nulla.

 

 

Marco Zangari © 2014

www.marcozangari.it

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