Altro giro, altra corsa (There’s no place like home)

 

Sono stato sempre abbastanza nomade nella mia vita, forse per tenere fede al cognome, passando da una stanza in affitto all’altra, sia qui in Australia che in Italia. Ogni volta che cambiavo un posto, mi guardavo indietro fino all’ultimo istante. Mi sembrava che stessi lasciando qualcosa di mio – qualcosa che, nel bene e nel male, non avrei più riavuto indietro. Sì, sono sempre stato un nostalgico, prima ancora che la nostalgia fosse moda, e mi sono prodotto in seghe mentali acrobatiche che qualche volta stupivano perfino me.
Domani lascerò la casa dove ho abitato per gli ultimi sei anni, ma stavolta faccio fatica a ritrovarmi in questo melodramma. Già da quando la casa ha cominciato a svuotarsi di mobili e a riempirsi di scatole e pacchi, ho provato con tutte le mie forze a dare un nome e un sapore a questo distacco.
Nonostante tutto, non ci sono riuscito.
Non ci riesco nemmeno adesso, che il momento è imminente. Di solito, quando si lascia un posto dove si è vissuti per molto tempo, è come se le radiazioni di noi restassero ad impregnare l’aria, a dare un significato e delle coordinate ben precise al ricordo di noi in quella determinata casa.
Stavolta è diverso.

Eppure sono stati sei anni decisamente significativi, così pieni da scriverci un paio di libri (e non è detto che non succeda, prima o poi). Ho vissuto in maniera intensa, anche quando sembrava essere arrivata la calma piatta –che ho inseguito come un Sacro Graal senza mai poterla raggiungere.
Questa è stata la casa del mio secondo tempo in Australia. Qui ho ricominciato. Qui mi sono rialzato. In questa casa è finito un amore e ne è iniziato un altro, che ha segnato questi anni nella buona e nella cattiva sorte, e adesso mi accompagnerà in questo passaggio di consegne per un nuovo rifugio.
Perchè una casa, per me, non è mai stata solo una questione di metri calpestabili, comodità o location. Quando ho incontrato questa qui, nel 2012, è stato subito amore perchè era quello che io stavo cercando in quel momento: un posto con una storia, con una sua personalità, qualcosa che la rendesse diversa da quella fabbrica di noia architettonica che è la Madre Australia. E con un giardino, per poter dare aria ai miei pensieri notturni da matto, o semplicemente per sbronzarmi davanti alla luna.
E così è stato.

In questa casa c’è stato un coniglio, ora un cane, e prima ancora tutto uno zoo di gente che è passata da queste stanze dai pavimenti scricchiolanti, i libri accatastati e i muri pieni dei miei quadri. Gente che è rimasta per poco, altri a lungo, molti senza più tornare. Questa casa si è riempita di facce, feste rumorose e bevute a discutere fino a notte. Il silenzio della sera ha poi coperto molte di quelle voci, andando a far parte dell’album dei ricordi di questa casa, che tutto vedeva ma tutto fingeva di ignorare.
Adesso, con la mia birra accanto, trovo un senso nell’essermi perso tante facce per strada, mantenendo quelle che dovevano restare. Vedo un senso nell’essere arrivato qui con una donna, e nel ripartirne con un’altra. E’ il segno di un’esistenza smisurata, spesso sbagliata, ma che riesce sempre a ritrovarsi poco prima di perdersi.
Il film della casa è andato avanti mentre i personaggi cambiavano e alcuni restavano e diventavano sempre più importanti.
Sono felice di poter andare via, domani, con la più importante.

In questa casa sono arrivati i capelli bianchi. Qui i miei trent’anni sono andati avanti, notte dopo notte, a volte barcollando tra i corridoi, col telefono che squillava per portare notizie che acceleravano il tempo e lo spazio. Le sere a parlare tutti insieme sono diminuite, è aumentata la stanchezza, il disagio, l’irritazione per un mondo che dovevamo cambiare, e già ci veniva difficile poter modificare la nostra routine per farci qualche ora di sonno.

Quando sono arrivato qui, avevo un lavoro e un romanzo sull’Australia, nel cassetto ormai da due anni.
Adesso che vado via, quel romanzo è lì nelle casse insieme agli altri libri, finalmente pubblicato.
E’ stato come avere un figlio, e fa strano pensare che in questa casa ho scritto pochissimo per tanto, troppo tempo. I casini, la pigrizia e il logorìo quotidiano hanno creato una ragnatela che non sono stato bravo ad aggirare. Le parole hanno ceduto il passo ai giorni, agli eventi, alle liti e alla fatica di non capire dove tutti questi anni mi avessero condotto. Soprattutto, la perplessità del capire come mettere insieme la persona che ero quando sono arrivato qui, e quella che vedevo giorno dopo giorno allo specchio.

In questa casa sono quasi morto –prima sentimentalmente, poi nel senso letterale. Ricordo che tutto il tempo in ospedale, mentre facevo la mia visita improvvisa prima di ricovero, operazione e tutto il circo, pensavo che ero andato via da casa senza poterla salutare per bene.
Senza realizzare, in fondo, che potevo non rivederla più.
Quando poi tornai da lei, quasi 3 settimane dopo, per prima cosa entrai in ogni stanza, accendendo ogni luce, come se stessi abbracciando quel posto che era diventato casa.
Ero felice di essere vivo, e di essere lì.

E forse per questo faccio fatica, adesso, a identificare uno stato d’animo preciso, così come mi viene difficile spiegare esattamente perchè me ne sto andando dopo 6 anni. Sì, la casa, insieme alla personalità, aveva mille difetti, ma in fondo sarei potuto restare.
Non avevo l’urgenza di andar via.
Però ce l’avevo, e l’ho sentito in maniera potente quando ho preso la decisione.
Perchè in questa casa sono stato davvero felice, e sono stato profondamente infelice. Ho avuto momenti importanti, alcuni addirittura di svolta, e poi guerre e giorni neri e pessime notizie a non darmi tregua. Tanti, troppi estremi che mi hanno fatto perdere l’equilibrio, fino a ridurmi, specie negli ultimi anni, ad una condizione di sopravvivenza quotidiana.
C’è stato amore e c’è stato orrore. Per questo, è come se questa casa chiudesse perchè ha completato il suo ciclo, esaurendolo del tutto.
Perchè adesso è davvero ora.
Semplicemente questo.

Mentre bevo la mia ultima birra in questa casa, so che mi mancherà. Ci saranno sempre ricordi e storie a portarmela davanti agli occhi, a farmi tornare in mente ogni serata su questi gradini, ogni mattina impigrita sull’amaca. In questo momento mi vengono in mente più le cose negative e so che le faccio torto, perchè in fondo lei ce l’ha messa tutta, e perchè non è stata colpa sua per la vita che m’è capitata.
O forse è il suo modo di farmi sentire meno il distacco. Di mandarmi per la mia strada, qualunque essa sia, senza farmi più guardare indietro, come una madre che sa sacrificarsi per i figli lontani.
Lasciando che il me stesso di questi anni riviva tra le sue mura, nonostante tutto.

Domani qualcun altro verrà a vivere qui. Non so chi sia, e nemmeno voglio saperlo. So che, se si aspetta una casa perfetta, resterà deluso.
Se si aspetta invece personalità, coraggio e qualche storia da ascoltare, allora è nel posto giusto.
Io mi sento invece come nella foto del mio (ormai ex) giardino: a metà tra macerie e cielo. Una cosa la so per certa: da domani inizierà un nuovo giro, e non vedo l’ora.
Intanto mi faccio la mia ultima birra con la casa.
Alla nostra ultima notte insieme.
Nel bene e nel male.

Marco Zangari © 2018

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