Genitori & distanze: cosa non ti dicono quando emigri (tratto dal romanzo “Quando piove, diluvia”)
Queste sono le cose che non ti dicono, quando emigri. Che tu sia un cervello in fuga o un altro disperato in cerca di una base, qualcuno in vena di esperienze diverse o qualche anima che non si lascia in pace, ci sono tantissime parti lasciate fuori nel contratto che firmi senza saperlo. Quando poi scegli un posto lontano come l’Australia, le clausole sono scritte ancora più in piccolo. Puoi dirti che nemmeno l’hai scelta, l’Australia, ma è capitata. Che stavi cercando solo un’occasione, la possibilità che ti è stata negata altrove. Che eri qui solo per un po’, ma prima o poi saresti tornato. E mentre passava quel “ prima o poi”, la vita andava avanti. Il contratto diventava sempre più vincolante. Non ti dicono quelle parti nascoste. Che ti perderai dei momenti importanti, di quelli che non tornano più. Che ti perderai delle persone importanti. Che piano piano diventerai quello di fuori, nonostante dentro tu ti senta in tutto e per tutto come parte di loro, di quel che hai lasciato, di quel che ti illudi ogni anno che ti aspetti lì, immobile ed immutato. Ma in fondo, anche se te lo dicessero, cambierebbe poco. Perché per una scelta così radicale sono necessari sacrifici altrettanti netti – e vivere portandosi dietro questo peso, soprattutto quando hai bisogno di tutte le tue energie per ricominciare daccapo in un altro luogo, in un’altra vita, sarebbe impossibile. Così ti abitui a dimenticare. Qualche volta ti sembra quasi che sia naturale. Casa tua si sta dimenticando di te, in fondo.
Non è così, però. Qualcuno ti ricorda sempre, ma tu hai bisogno di non ricordarti sempre di loro. Hai bisogno di non pensare a quante migliaia di chilometri, a quante ore di volo, a che distanza fisica ed emotiva si trova tutto quello che forma il nucleo della persona che sei – e che, nonostante i tuoi cambiamenti, le tue crescite, le tue rivalse, le tue esplosioni e le tue resurrezioni, farà sempre parte di te. Hai bisogno di non sapere.
Così, quando incontri altri esuli come te, parli di questa distanza ma come fosse un concetto vago, astratto abbastanza da non fare -troppa- paura. Non ci pensi quando arrivi qui. Firmi il contratto con l’entusiasmo e la trepidazione di tutto quel che fai in questa tua nuova vita. Non sai nemmeno cosa significhi, tutta quella distanza che la mente non riesce ad abbracciare.
I genitori sono il tatuaggio segreto ed esposto di ogni migrante. È una desolazione che ci portiamo dietro in silenzio, che traspare dagli sguardi persi sul treno della sera, dalle giornate storte senza motivo, dalle ore passate su Skype tra risate e lacrime. La lontananza ridisegna completamente il tuo rapporto con loro. Le liti scendono di tono, aumentano le parole strappate a quella distanza siderale – e tra le rughe appaiono emozioni che non hai mai visto prima, o non ci avevi mai fatto caso. Si ritorna umani, noi e loro. I capelli si fanno bianchi. Le forze diminuiscono. Invecchi e a volte diventi come loro, a volte l’esatto opposto – mantenendo loro come punto di riferimento di questa vita così lontana da casa. Sono la tua guida, sono il numero che chiami quando tutto crolla. Sono quella debolezza che ti rende più forte.
Il vanto di ogni migrante è di essere riuscito a farcela da solo, lontano da tutto, contando sulle proprie forze.
Il dolore di ogni migrante è di essere, ciò nonostante, lontano da tutto.
Così, non sei mai preparato a quando quel qualcosa che potrebbe succedere, alla fine succede davvero.
Nessuno ti ha mai detto come fare, quando un giorno devi chiamarli da un letto d’ospedale e dire: mamma, papà, ho paura.
Marco Zangari © 2026
Questo brano è estratto dal romanzo “Quando piove, diluvia” (Nativi Digitali Edizioni, 2026) disponibile sia in cartaceo che in digitale su tutte le piattaforme – clicca qui per maggiori informazioni su come trovarlo.

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