Gli Estranei (estratto da “Quando piove, diluvia”)

«Forse è ora di chiamare i tuoi» disse Giulia.
La guardai come da dietro un fitto strato di nebbia. Quando riuscii a mettere a fuoco il suo viso, capii che aveva ragione. Non avevo abbastanza soldi nel telefono, così mandai un messaggio a mia madre e le chiesi di richiamarmi. Il telefono squillò subito.
Ero in corridoio. Mentre parlavo, lo percorrevo in tutta la sua lunghezza. Prima di staccare, lo rifeci diverse volte.
Non ricordo molto di quel giorno, ma ricordo la paura nella voce di mia madre. Il suo dolore mi sembrò una cosa così concreta che quasi lo potevo toccare con mano, a quindicimila chilometri di distanza. Ricordo di aver pensato, nessuna madre dovrebbe mai trovarsi in una situazione del genere. Non ero preoccupato per me, ma per lei. Il cuore mi si restrinse al punto che tutti gli altri miei problemi svanirono. Avevo sette anni di nuovo, ero a scuola e stavo male, e aspettavo solo che mia madre arrivasse con la sua Renault per portarmi a casa e farmi passare tutto. Solo che mia madre, stavolta, non sarebbe arrivata.

In un angolo della mia mente, una porta si aprii su un salotto familiare. Estranei entrarono con passi lenti, sicuri. Inarrestabili. Si sedettero su un divano che conoscevo, sui cui tante volte mi ero seduto e sdraiato e che ora, sotto il peso di quegli sconosciuti, sembrava soffocare. Una stufa provava a riscaldare la stanza senza successo. Nessuno diceva niente. Gli Estranei aspettavano. Non sapevo se dovessi dire qualcosa io per primo. Ero confuso.
L’unica cosa che mi veniva era – mia madre non verrà a prendermi a scuola.

 

Marco Zangari © 2026

 

(Estratto da “Quando piove, diluvia“, pubblicato da Nativi Digitali Edizioni, disponibile in cartaceo e digitale su Amazon, Google Play, Kobo e tutte le altre piattaforme. Trova altre informazioni qui)

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