Notti nel bush

 

Anni fa ho lavorato in una farm in Queensland, in un posticino scordato da Dio, dalle mappe e dal GPS a tre ore di macchina da Cairns. Io e Valerio, mio amico d’infanzia, raccoglievamo lime e mango e dormivamo in una piccola capanna a ridosso della piantagione. Erano giornate piene, faticose fino allo stremo, sudate da non dire.
Di quelle giornate ho già scritto ampiamente in Latinoaustraliana, il mio romanzo. Non penso spesso a quel periodo, ma quando lo faccio, è sempre con piacere –come se dimenticassi la fatica, gli insetti, gli orari massacranti e il caldo omicida, e trattenessi solo i momenti speciali, come quando, alla fine di una lunga giornata, con le braccia graffiate e marchiate dal rash, io e Valerio ci sedevamo sulla piccola veranda della capanna con una birra in mano, luce spenta per evitare gli stormi assassini di zanzare, e restassimo lì a dirci poco o niente sotto quello sperpero di stelle infinito.

Ogni tanto mi capita di ripensarmi su quella veranda nella notte australiana. Provo a rivedermi adesso, con tutti gli anni i chilometri le facce e le corse che sono passati in mezzo, lì seduto su quella veranda con in mano una Carlton o una Cooper’s. Mi chiedo come mi sentirei adesso, a starmene seduto lì. Provo a pensare quei pensieri, a farmi passare addosso quell’aria notturna.
Lo faccio perchè seduto lì, in quelle notti nel bush, mi sembrava di potermi finalmente focalizzare sull’Australia, su quell’enorme massa di terra che in altri momenti mi sembrava impossibile da cogliere tutti insieme, e di riflesso, mi pareva di vedere anche me lì in mezzo. Erano attimi in cui il tempo rallentava e non c’era alcuna distrazione. Nella capanna non esisteva internet, nè tv, nè telefono, niente di niente, solo un letto e un ventilatore a pale sul soffitto che aiutava a combattere l’afa delle notti tropicali così come la solita potato salad in lattina avrebbe potuto placare la nostra gigantesca fame di fine giornata.

Così, ogni tanto mi capita di vedermi lì. Sono gli unici attimi in cui capisco, fino in fondo, che mi trovo in Australia, e in nessun altro posto. Non che sia una cosa universale, intendiamoci: ognuno ha il suo posto speciale, quello è il mio. Sono però convinto che sia complicato coglierlo a Sydney o Melbourne, città che sembrano provinciali venendo da altre capitali europee, e sfavillanti megalopoli una volta usciti dalla zona “rural” dell’Australia. C’era gente, lì in farm, terrorizzata da Sydney. Quella massa di gente, dicevano con occhi sbarrati di terrore come se si trattasse di chissà che girone dantesco. Chiunque abbia dovuto vivere un tot di tempo in una città come Roma, come è capitato a me, sa che Sydney sembra più una placida cittadina di mare che un incubo di grattacieli, ma li capivo.
Lì era diverso.
In quella veranda sull’infinito, potevo sentire i rumori intorno a me. Potevo stupirmi quando c’era luna piena e gli alberi di mango venivano fuori dall’oscurità come se fossero carichi di oro tra i rami. Potevo gustare ogni sorso della birra che stavo bevendo, anche quella merda di Carlton. Potevo sentirmi le mani attaccati ai polsi, sentirmi pensare, ritrovarmi umano in quel susseguirsi di giorni e anni, di lavori e doveri, di relazioni e liti, di distanze e viaggi. Ero lì, presente, in quel momento. Non capita spesso. Sono uno che vive, come tutti, sempre connesso, quindi non posso disprezzare la tecnologia –ma lì era diverso. Le facce della tua vita erano concrete, le vedevi quasi, le potevi osservare da fuori, e quando ti mancavano, lo facevano fino a toglierti il fiato. Non potevi parlarci, ma lo stesso riuscivi a dir loro tutto quello che serviva. Allo stesso modo, ti rendevi conto di quante cazzate ti circondavi, persone e abitudini di cui avresti potuto fare benissimo a meno, zavorra che ti portavi dietro solo perchè è così e basta.

No, non eravamo diventati dei santoni zen su quella veranda. Ci mancavano le ragazze, ci mancava un pasto decente, una birra migliore, una temperatura più umana, cose piccole e grandi. Però ci rendevamo conto di quanto quel momento fosse importante. Lassù alla farm, in quei luoghi isolati, c’era un ritmo fuori dal mondo che conosciamo. Ogni gesto sembrava importante, ogni persona incontrata sembrava dovesse far parte della tua vita per sempre. Era tutto estremo e leggero allo stesso tempo. La gente si fermava, parlava con noi, ci raccontava le sue storie. Se c’è una cosa in cui gli australiani eccellono, è proprio nelle storie che sanno tirar fuori –divertenti, assurde, malinconiche. Di solito lo fanno con un tot di bottiglie vuote davanti, ma conservano sempre un’ironia che li protegge anche quando le storie diventano più grandi di loro. E’ un popolo che sa ridere di se stesso, e forse l’ironia è l’unico approccio possibile per non soccombere a questo Paese così vasto e così imprevedibile.
C’era bellezza, in quelle notti. Certo, venendo dall’Italia ci cresciamo con la bellezza, la vediamo ad ogni angolo di strada finchè non diventa normalità e finiamo per dimenticarcene. Questa era una bellezza diversa, e non solo per quella straordinaria scenografia di stelle e valli. Nemmeno in Italia scherziamo, in quanto a bellezze naturali, e da siciliano ne so qualcosa. Ma lì, in quel momento, era come se la mente provasse a immaginare cosa ci fosse dietro quella scenografia luccicante, cominciando a vagare per le migliaia e migliaia di chilometri che vanno da un oceano all’altro, una massa buia di deserti e spiagge, paesini e città, di vuoto assoluto e foreste inesplorate, finchè la mente stessa non vacillava e si perdeva, perchè era troppo. In quell’oscurità, lo sapevamo, si nascondevano panorami magici e assassini, come il serial killer dei backpackers. C’erano chiari di luna sui canyon e animali capaci di ucciderti in pochi secondi. Era un buio primordiale e primitivo, come non siamo più abituati a pensare, e in quel buio ci sentivamo persi, e forse anche un po’ vivi. Perchè lì, nella veranda, diventavamo coscienti di quant’eravamo piccoli in quella terra enorme, quella terra benedetta e stronza, piena di regole e di angoli selvaggi, di mostri e di sirene, di fortune e maledizioni, quella terra che da lontano si esalta e si odia, con le distanze che separano, che uccidono, e col sole che ogni mattina è lì come se non fosse successo niente, e mentre pensavamo questo, buttavamo giù un sorso di quella pessima birra, e ci sembrava la cosa più buona che avessimo mai bevuto.
Ecco perchè mi mancano, quelle notti nel bush.

Marco Zangari © 2017
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